Albert Einstein il sentimento, l'inconcio, il sè

dipendenza alcool droga giocoNella mia ricerca Un microchip naturale sono illustrati i tre metodi di riconquista del Sé, che ho sviluppato in accordo con la psicologia analitica di C. G. Jung e con i miei ritrovati sui tipi psicologici e sulla psicologia delle personalità. Ho dimostrato, tramite esperienze e verifiche empiriche, che l’approccio all’inconscio permette di liberare la persona dalle dipendenze

 dipendenza dalle droghe, dall’alcol, dal gioco…, dipendenza dal partner in caso di separazione e di abbandono.

I tre metodi d’intervento hanno lo scopo di recidere il legame inconscio che si è formato. È un approccio che non intralcia altri metodi o terapie già in corso, in quanto è di natura psicologica e agisce sulle funzioni inconsce.

Modifiche alla Comunità terapeutica

Gli incontri avuti con i giovani della Comunità terapeutica […] mi hanno offerto un quadro che comprende diversi aspetti.

Primo. Tutti i giovani che ho conosciuto hanno espresso un gran desiderio di comunicare e di comunicarmi la loro esperienza precedente e la loro condizione attuale, che hanno confermato sia le mie tesi relative al legame inconscio che si viene a costituire tra il soggetto e la sostanza e tutto ciò che da essa deriva, sia ampliato le mie conoscenze relative al Programma terapeutico e che sul quale a mio avviso occorrerebbe intervenire.

dipendenza alcool droga giocoNella mia ricerca Un microchip naturale sono illustrati i tre metodi di riconquista del Sé, che ho sviluppato in accordo con la psicologia analitica di C. G. Jung e con i miei ritrovati sui tipi psicologici e sulla psicologia delle personalità. Ho dimostrato, tramite esperienze e verifiche empiriche, che l’approccio all’inconscio permette di liberare la persona dalle dipendenze

 dipendenza dalle droghe, dall’alcol, dal gioco…, dipendenza dal partner in caso di separazione e di abbandono.

I tre metodi d’intervento hanno lo scopo di recidere il legame inconscio che si è formato. È un approccio che non intralcia altri metodi o terapie già in corso, in quanto è di natura psicologica e agisce sulle funzioni inconsce.

Modifiche alla Comunità terapeutica

Gli incontri avuti con i giovani della Comunità terapeutica […] mi hanno offerto un quadro che comprende diversi aspetti.

Primo. Tutti i giovani che ho conosciuto hanno espresso un gran desiderio di comunicare e di comunicarmi la loro esperienza precedente e la loro condizione attuale, che hanno confermato sia le mie tesi relative al legame inconscio che si viene a costituire tra il soggetto e la sostanza e tutto ciò che da essa deriva, sia ampliato le mie conoscenze relative al Programma terapeutico e che sul quale a mio avviso occorrerebbe intervenire.

Il Racconto di Daniele

Il primo a raccontarmi la sua storia è stato Daniele, un modellista di abbigliamento.

Daniele racconta: «Dopo quattro anni di programma in Comunità e altri quattro di lavoro in fabbrica al posto di mio padre andato in pensione, dove svolgevo mansioni ripetitive per me non gratificanti, sentii il desiderio di riprendere il mio vecchio lavoro di modellista che tanto invece mi  piaceva e mi interessava. La ditta […] me ne diede la possibilità. Fui subito mandato alle isole Mauritius per un lavoro, insieme a una modella che già conoscevo. Parlammo per tutto il viaggio. Giunti nella suite dell’albergo, la modella corse al comodino, dove la vidi calarvisi sopra: immediatamente compresi che stava sniffando cocaina. Otto anni di buoni propositi e di auto-imposizioni non bastarono a trattenermi dal cedere, anzi, nel farlo provai un senso di liberazione e di leggerezza, come se finalmente mi fossi tolto un peso che al mio interno mi opprimeva.»

Ecco, il racconto di Daniele, simile negli atteggiamenti e nei risultati a tanti altri, è la esatta rappresentazione e conferma di quanto vado con convinzione e con esperienza sostenendo: il legame inconscio che tra il soggetto (in questo caso Daniele) e la sostanza e tutto il resto che gira intorno e che si era venuto a formare, rimane saldo (come un peso nello stomaco, dice Daniele), e la sola azione di convincimento svolta sulla coscienza non riesce a scioglierlo.

C.G. Jung: «Nessuno può strappare volontariamente all’inconscio la forza operante. Nel migliore dei casi ci si può soltanto illudere al riguardo.»

Per otto anni Daniele con la volontà aveva cercato d’imporre alla sua coscienza un atteggiamento di rifiuto e di distacco dalla cocaina. Purtroppo però non la pensavano allo stesso modo le sue funzioni inconsce, che andavano invece in direzione completamente opposta. Infatti queste, con la sola imposizione operata sulla parte cosciente, non venivano private della loro energia psichica, ma soltanto assopite. Così, alla prima occasione, al primo momento di abbassamento della tensione cosciente (ovvero di debolezza) i contenuti inconsci hanno preso il sopravvento e Daniele è naufragato.


Per otto anni l’energia psichica dei contenuti inconsci era stata solo repressa, ingabbiata, come lo è quella di un vulcano spento solo in superficie, e così alla prima scossa è deflagrata. Daniele ha aggiunto anche: «Sono convinto che non mi libererò mai di questo peso che percepisco al mio interno.» Daniele può essere liberato dalla dipendenza dalla cocaina solo attraverso l’azione sulle funzioni inconsce del suo tipo psicologico.

In una situazione abbastanza simile a Daniele si sono trovati Ivo e Claudio; e Dino credo che, ahimè, si stia incamminando lungo lo stesso percorso.

La storia di Alessandro

Un capitolo a parte è Alessandro, vent’anni. Egli non ha una vera e propria dipendenza, gli potrebbe bastare un breve periodo di psicoterapia junghiana.

E c’è un altro aspetto di estrema importanza, che ho avuto modo di verificare, comune un po’ a tutti coloro con i quali ho avuto contatti all’interno della Comunità e che le parole di Alessandro … mi hanno ancora una volta confermato, ovvero il formarsi della dipendenza dei ragazzi dalla Comunità e dal suo direttore P…. M….., che come la dipendenza dalla droga e come tutte le altre dipendenze, si è formata nell’inconscio.

Accade per tutti, all’incirca questo.

Il “ragazzo”, sfinito dalle mille vicissitudini, dove si sente ormai impotente e incapace di viverle, raggiunge la Comunità. Qui, finalmente, trova qualcuno che si prende cura di lui, quel qualcuno che non lo respinge, come hanno fatto tutti gli altri fino a quel momento, ma che lo accoglie per come è, senza chiedergli nulla in cambio.

Aiutato dalle regole e dall’ambiente dei compagni, in condizioni simili alle sue, presto il “ragazzo” si sente come in “famiglia”, ma non come in quella di origine, dove per sensi di colpa o altro sarebbe costretto a mostrarsi migliore di come si sente in quel momento e che per ciò forse non riuscirebbe a reggere. In Comunità trova un “padre”, M….., che si occupa di lui per quanto basta; trova fratelli e sorelle e amici nelle sue medesime condizioni, e perciò alla pari; e trova una “madre ideale”, la Comunità nel suo complesso, in cui non è costretto a leggere dolore e angoscia, come diversamente coglierebbe negli occhi della sua madre vera.

Sorpassato il periodo iniziale di adattamento e di distacco dalla dipendenza fisico-chimica dalla sostanza - e che a detta di tutti loro e degli operatori, non dura più di due settimane -, il giovane, accompagnato dal ricordo delle sofferenze trascorse, viene sospinto sempre più nel nuovo, tanto desiderato clima di pace, di serenità e di amore, fino col tempo ad assuefarsi ad esso. Le incombenze da svolgere sono tutte sommate limitate e anche bene accette, in quanto lo obbligano si ad eseguire ma in compenso lo alleviano da tutto il resto: dalle decisioni da prendere, dai rischi da affrontare, dalle incertezze e dalle paure vissute all’esterno.


Ma per la legge naturale psichica della compensazione coscienza-inconscio, tutto questo “benessere”, gradualmente, giorno dopo giorno, a livello inconscio, provoca una parziale regressione della personalità che lo conduce a una sempre maggiore e continua ricerca di “rifugio” nel “dolce alveo materno della Comunità”, e, di conseguenza, a una dipendenza da essa – paragonabile a quella del bambino dalla madre (Ricordiamo che l’inconscio ha comportamenti primitivi, elementari, come quelli del bambino piccolo).

A tutto questo, e per questo, occorrerebbe apportare dei correttivi al Programma di Comunità.

Dopo un primo e ottimo periodo di accoglienza e di adattamento del ragazzo in Comunità, così come avviene attualmente (ovvero di intrapresa di un processo di recupero e di trasformazione da “anima perduta e desiderosa di cure” in individuo adulto e maturo), bisognerebbe:

–        adeguare le fasi successive del programma in modo da stimolare ed educare il “ragazzo” a crescere in autonomia e in responsabilità;

–        strutturare il programma in maniera tale che il ragazzo si abitui ad affrontare la vita esterna  consapevolmente per quella che è, con le sue incertezze e con le sue difficoltà, ma anche con la libertà e con la gratificazione di divenire protagonista di se stesso;

–        ridurre gradualmente e presto l’imposizione dall’alto delle regole e dei doveri e lasciare invece che il “ragazzo” conquisti da solo, sempre più, le possibilità di autogestirsi e di scegliere responsabilmente cosa è meglio per se stesso.

 
Mantenere il “ragazzo” in stretta obbedienza per un periodo lungo sarebbe come tenere (paragone rude ma efficace)  un animale selvatico in cattività per troppo tempo: dopo non vorrà più allontanarsi, perché fuori vede troppe belve contro cui lottare. Il ragazzo non si sentirà più in grado di “lottare” per vivere e il timore, dato dalla regressione, lo porterebbe ad optare sempre più per la soluzione più comoda e meno rischiosa a cui si è abituato.

 
Il libro dal titolo “I ragazzi di Sommerhill” espone principi pedagogici che, nei dovuti limiti, a mio avviso, potrebbero far parte del Programma delle Comunità terapeutiche.

Il percorso

Riassumendo, sostengo questo:

  • Mantenimento del primo e ottimo periodo di accoglienza e di adattamento del ragazzo in Comunità, così come avviene attualmente;
  • Subito dopo, applicare, a seconda dei casi e dei tipi psicologici, uno dei tre metodi, illustrati nel mio libro Un microchip naturale, per recidere la saldatura del legame inconscio che si è costituito tra la persona e l’oggetto della dipendenza.

Dopodiché le strade sono due: uno, se il “ragazzo” si sente pronto per ritornare in società lascia la Comunità; due, se il “ragazzo” non si sente ancora pronto, continua il Programma, con i seguenti accorgimenti:

–        riformare il Programma di Comunità in modo da favorire l’autonomia e l’indipendenza  dei singoli ragazzi per il loro reinserimento nella società civile;

–        inserire nel Programma di ogni ragazzo un periodo di psicoterapia junghiana, per sciogliere i nodi (i complessi) e fortificarne la personalità.

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